Capitale: Frankfort (27.741) Città più grande: Louisville (693.604) Governatore: Steven Beshear (D) Senato: Mitch McConnell (R); Jim Bunning (R) Camera: GOP 4 DEM 2. Edward Whitfield (R); Ron Lewis (R); John Yarmouth (D); Geoff Davis (R); Hal Rogers (R); Ben Chandler (D)
Il Kentucky è il 14° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 17,4% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al GOP. Nella storia politica recente degli USA, il Kentucky - che è abitualmente considerato uno dei stati del sud (anche se, geograficamente e demograficamente avrebbe caratteristiche assimilabili al Midwest) - ha seguito, almeno alle elezioni presidenziali, la parabola classica del Solid South (anche se il Kentucky non è mai stato troppo "solido"), slittando lentamente dal partito democratico verso quello repubblicano (con la parentesi-Clinton). Dopo aver votato per F.D. Roosevelt - in maniera sempre meno convinta - dal 1932 (59%) al 1944 (54%), il Bluegrass State ha scelto Truman nel 1948 (56%), Stevenson nel 1952 (con soli 700 voti di margine), Eisenhower nel 1956 (54%), Nixon nel 1960 (53%), Johnson nel 1964 (64%), ancora Nixon nel 1968 (43%) e nel 1972 (63%), Carter nel 1976 (52%), Reagan nel 1980 (49%) e nel 1984 (60%), Bush sr. nel 1988 (55%), Clinton nel 1992 (44%) e nel 1996 (45%), Bush jr. nel 2000 (55%) e nel 2004 (60%).
Nei sondaggi condotti in questo ciclo elettorale, il vantaggio di McCain in Kentucky non è mai sceso sotto i 9 punti percentuali (con un picco massimo del 36 per cento, per Survey USA, a marzo). Attualmente la media di Real Clear Politics registra un margine di 14 punti a favore del candidato repubblicano. Nel 2008, si vota anche per il seggio del Senato occupato da McConnell: non sarà una passeggiata, ma il senatore senior del GOP dovrebbe farcela (nella media RCP è in vantaggio dell'8,7%). Non si tratta, in ogni caso, di una sfida in grado di alterare la dinamica delle presidenziali, che resta solidamente in mano ai repubblicani. Geograficamente, i democratici sono più forti nella Jefferson County (dove risiede la città più popolosa, Louisville) e nello "spigolo" all'estremità orientale dello stato (al confine con Virginia e West Virginia). In tutto il resto del Kentucky, almeno nelle elezioni recenti, domina il GOP, con percentuali che oscillano da un 60-65% di media e arrivano a sfiorare e qualche volta a superare l'80% in alcune contee centrali come Adair, Casey, Pulaski, Rockcastle e Jackson. Negli anni in cui il partito democratico è riuscito a vincere in Kentucky, le contee "blu" si estendevano spesso a tutta la zona orientale dello stato e comprendevano anche quelle al confine occidentale con Illinois e Missouri.
Neppure nei loro sogni più audaci, gli strateghi democratici hanno mai pensato di poter portare a casa il Kentucky nel 2008, ribaltando i 20 punti percentuali di svantaggio incassati da George W. Bush appena quattro anni fa. La nostra previsione assegna gli 8 electoral votes dello stato alla colonna GOP Solid. E ci vorrebbe davvero un cataclisma di proporzioni cosmiche per cambiare le carte in tavola.
Tue, 05 Aug 2008 16:21:53 -0500
Landslide?
Stasera sarà online l'analisi sul Kentucky e l'aggiornamento delle previsioni su alcuni degli stati di cui ci siamo già occupati (Florida e Colorado, soprattutto). Intanto, dai sondaggi pubblicati ieri e oggi, arrivano notizie incoraggianti per McCain.
Nell'ultimo Zogby nazionale, Obama passa da +10 (46-36) a -1 (41-42), con il candidato repubblicano che recupera nel segmento di età 18-29, tra le donne, tra gli indipendenti, tra i democratici e perfino tra gli afro-americani. Una disfatta, soprattutto se si tiene in considerazione il fatto che Zogby (da buon sondaggista democratico) ha una lunga storia di sottorappresentazione per il GOP. Nei due ultimi tracking quotidiani, invece, Obama ha 3 punti di vantaggio per Gallup e 1 punto di svantaggio secondo Rasmussen Reports (per il secondo giorno consecutivo, dopo che Obama era sempre stato in testa dal 3 giugno in poi).
Buone notizie anche dai sondaggi stato per stato. Secondo Survey USA, McCain avrebbe 6 punti di vantaggio in Florida. Mentre Rasmussen registra un distacco a favore del candidato repubblicano di 20 punti in Alabama e di 19 punti in Arizona. Obama, invece, sarebbe avanti di 13 punti in Connecticut (sempre per Rasmussen) e di 9 punti in Massachusetts (per la Suffolk University). Due risultati inferiori alle aspettative, che arrivano dal profondo blu della East Coast. Quando mancano ormai meno di 100 giorni alle elezioni, della tanto annunciata marea obamiana ancora non c'è traccia. Anzi...
I'm Back (Like Mac)
Le mie brevi vacanze sono purtroppo terminate, anche se l'aggiornamento del blog ad agosto seguirà ritmi - per così dire - estivi. In ogni caso, sabato dovrebbe ripartire (con il Kentucky) l'analisi stato per stato in vista delle presidenziali americane di novembre (il condizionale è d'obbligo, visto il caldo). Nel weekend ci sarà anche l'occasione per rivedere alcune delle previsioni assegnate sugli stati analizzati finora.
In the meantime... segnaliamo che ieri, per la prima volta dall'inizio di maggio, è stato pubblicato un sondaggio nazionale (USA Today/Gallup, likely voters) che registra un vantaggio di McCain nei confronti di Obama (+4). E sempre ieri il tracking quotidiano di Rasmussen Reports vedeva il vantaggio del candidato democratico scendere a +1 (sabato era +6). Sembra proprio che i democratici non abbiano ancora imparato che le folle di fedeli europei in estasi adorante non servono per vincere le elezioni negli States. Anzi, possono addirittura essere controproducenti.
P.S. Scusate il ritardo sul Kentucky, ma la vacanza mi ha un po' arruginito... ;) Spero di recuperare lunedì o martedì.
Mon, 04 Aug 2008 05:26:44 -0500
Vacation Arrivederci a fine luglio!
Fri, 11 Jul 2008 11:44:33 -0500
Pourquoi Monsieur?
L'ex brigatista rossa Marina Petrella sarà (finalmente) estradata in Italia. Ma il presidente francese Nicolas Sarkozy, nel darne notizia a margine del summit giapponese del G8, annuncia anche di aver avanzato una singolare richiesta al nostro Paese. «Ho chiesto al presidente del Consiglio italiano di sollecitare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a concederle la grazia - dice Sarkozy - tenuto conto del fatto che la condanna risale a molti anni fa e tenuto conto della situazione psicologica e di salute di Petrella». L'ex terrorista - condannata nel '92 per l'omicidio di un commissario di Polizia (oltre che per tentato sequestro e tentato omicidio, sequestro di un magistrato, rapina a mano armata e attentati in ordine sparso) - si trova attualmente in isolamento nell'ospedale psichiatrico Paul-Guiraud de Villejuif, a due passi da Parigi. A giudicare da quello che ha detto, però, forse anche Monsieur Sarkò avrebbe bisogno di qualche seduta di controllo dallo "strizzacervelli".
La sua richiesta di grazia, infatti, è davvero poco ortodossa e denuncia, nella migliore delle ipotesi, una grave ignoranza in materia di procedure e protocolli. Perché chiedere l'intercessione di Silvio Berlusconi, quando il potere di grazia è prerogativa esclusiva del Quirinale? Quanto influiscono, sull'atteggiamento dell'Eliseo, le posizioni di chi in Francia si oppone da sempre all'abbandono della cosiddetta "dottrina Mitterand"? E che impatto hanno avuto le proteste della corrente di sinistra dei magistrati francesi che, nei giorni dell'arresto della Petrella, avevano parlato di «vendetta di Stato con trent'anni di ritardo»? Sarkozy non può pensare di "farsi bello" agli occhi della sua sinistra a spese dell'Italia. E almeno il rispetto dovuto ai familiari delle vittime del terrorismo dovrebbe consigliare al presidente francese di evitare queste sceneggiate.
Anche perché - è bene ricordarlo - stiamo parlando di un personaggio condannato all'ergastolo nel 1992 per delitti commessi nel 1981 (speedy trial?), che non ha mai manifestato il minimo accenno di pentimento. Fino all'agosto del 2007, Marina Petrella viveva tranquillamente in Francia, dove si era rifatta una vita senza mai degnarsi di fare i conti con il proprio passato. Non fosse stato per un banale controllo delle forze dell'ordine francesi, l'ex brigatista non sarebbe mai stata arrestata. E le sue «condizioni psicologiche» sarebbero rimaste, presumibilmente, ottime.
In uno dei tanti siti Internet che, anche a tanti anni di distanza, non nascondono il proprio istinto di fiancheggiamento per le Brigate Rosse, vecchie e nuove, si legge che l'unica colpa della Petrella sarebbe quella di aver partecipato «al largo movimento di rivolta anticapitalista che ha visto decine di migliaia di giovani militanti impegnarsi politicamente, la cui rivolta spesso è arrivata sino alla "critica delle armi"». Sarkozy farebbe bene a ricordare che, in uno Stato di diritto, sparare alle spalle di un poliziotto non può essere considerato un libero esercizio di critica sociale. In uno Stato di diritto, le responsabilità penali sono personali e gli individui devono affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Nel caso della Petrella, queste conseguenze si chiamano ergastolo.
Capitale: Topelka (122.113; metro area 226.268) Città più grande: Wichita (357.698; metro area 596.452) Governatore: Kathleen Sebelius (D) Senato: Sam Brownback (R); Pat Roberts (R) Camera: GOP 2 DEM 2. Jerry Moran (R); Nancy Boyda (D); Dennis Moore (D); Todd Tiahrt (R)
Il Kansas è il 9° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 22,9% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al Partito Repubblicano. Nella storia politica recente degli USA, il Kansas si è dimostrato una delle roccaforti più affidabili del GOP, non solo alle elezioni presidenziali. Il Sunflower State, per esempio, non elegge un democratico al Senato dal 1932 (nel ciclo elettorale che portò F.D. Roosevelt alla Casa Bianca dopo la Grande Depressione): si tratta del record di vittorie consecutive di qualsiasi partito per il Senato. Dalla schiacciante vittoria del repubblicano Abraham Lincoln nel 1864 (79,1% contro il 17.7% di George McClellan), poi, il Kansas ha votato solo per quattro candidati "non repubblicani" alle presidenziali: il populista James Weaver nel 1892; i democratici Woodrow Wilson (1912 e 1916), F.D. Roosevelt (1932 e 1936; ma FDR perse sia contro contro Wendell Willkie nel 1940 che contro Thomas Dewey nel 1944) e Lyndon Johnson (1964). In tutte le altre elezioni presidenziali della storia americana, a prevalere è stato il candidato del GOP, con percentuali a volte davvero significative (tra gli exploit più recenti oltre il 65% ricordiamo Dwight Eisenhower nel 1952, Richard Nixon nel 1972 e Ronald Reagan nel 1984).
Nei sondaggi più recenti condotti negli ultimi mesi in Kansas, la performance di McCain è nettamente inferiore a quella di Bush Jr. nel 2004, ma il candidato repubblicano conserva un vantaggio stimato intorno ai 10-11 punti percentuali, sia per Rasmussen Reports che per Survey USA e Research 2000. Questo testimonia le difficoltà di Old Mac con la base dei social conservatives che costituiscono il nocciolo duro dell'elettorato repubblicano in Kansas, ma non dovrebbe lasciare troppi margini per l'ipotesi di un ribaltone, a novembre, capace di portare i 6 electoral votes dello stato nella colonna democratica. Per una volta, poi, le altre corse previste a novembre potrebbero portare acqua al mulino repubblicano, perché l'ex congressman Jim Ryun sembra davvero intenzionato a riprendersi il seggio del 2° distretto che Nancy Boyda gli ha strappato alle ultime elezioni di mid-term. E le sue chance non sono poche. Geograficamente, il dominio del GOP in Kansas è molto accentuato nella zona occidentale dello stato (al confine con il Colorado) - dove i repubblicani oscillano tra l'80 e l'85% - e cala progressivamente spostandosi verso il confine orientale con il Missouri: nella zona centrale il GOP è tra il 70 e il 75%; nella zona orientale tra il 60 e il 70%. Si tratta, in ogni caso, di un divario molto netto. Nel 2004, soltanto due contee in tutto lo stato hanno votato per John Kerry: Wyandotte (con Kansas City) e Douglas (con Lawrence, dove ha sede la University of Kansas). Anche nel Sunflower State, insomma, si riproduce uno schema demografico piuttosto classico, con i Democratici che vincono soltanto nelle grandi città e nelle college-towns. Il problema, per i Dems, è che in Kansas grandi città non ce ne sono e di università ce n'è una sola.
Almeno per il momento, non c'è un solo motivo razionale per non assegnare il Kansas alla colonna GOP Solid. Se poi, nei prossimi mesi, Obama riuscisse a giocare di sponda con alcuni dei temi cari alla cosiddetta destra religiosa per sfruttare la debolezza di McCain con i social conservatives (e qualche sondaggio portasse il vantaggio del candidato repubblicano in "singola cifra"), la nostra previsione potrebbe anche cambiare. Ma abbiamo la netta sensazione che si tratti di un'operazione complicata e troppo costosa, visto che tutto sommato ci sono soltanto 6 electoral votes che, per ora, restano saldamente in mano al GOP.
Capitale: Des Moines (198.682; metro area 546.599) Governatore: Chet Culver (D) Senato: Tom Harkin (D); Chuck Grassley (R) Camera: DEM 3 GOP 2. Bruce Braley (D); David Loebsack (D); Leonard Boswell (D); Tom Latham (R); Steve King (R)
L'Iowa è il 31° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato dell'1,8% inferiore alla media nazionale, con un trend degli ultimi anni sostanzialmente stabile. L'Iowa della storia recente è sostanzialmente un classico swing state. Dal 1968 al 1988 ha scelto il candidato repubblicano alle presidenziali: Nixon nel 1968 e nel 1972, Ford nel 1976 e Reagan nel 1980 e nel 1984. Nel 1988, invece, Dukakis riusci a battere Bush Sr. con un margine piuttosto ampio, vincendo anche in molte contee tradizionalmente repubblicane. Dalle elezioni del 1988 in poi, i democratici sono riusciti a piazzare una serie vincente: Clinton nel 1992 e nel 1996, Gore nel 2000. Nel 2004, infine, l'Hawkeye State è tornato nella colonna del GOP, seppure con un margine inferiore all'1%, con Bush Jr.
Tutti i sondaggi condotti nel 2008 in Iowa hanno registrato un vantaggio - più meno consistente - di Obama nei confronti di McCain. Le rilevazioni condotte da Rasmussen Reports e Survey USA negli ultimi due mesi, però, vanno in direzioni opposte: per Rasmussen il vantaggio del candidato democratico sta crescendo (dal +2 di maggio al +7 di giugno); per Survey USA, invece, sta diminuendo (dal +9 di maggio al +4 di giugno). Non c'è dubbio, comunque, che in questo ciclo elettorale Obama parta leggermente favorito. E nessuna delle corse locali (i cinque seggi della Camera e quello del potente senatore democratico Ton Harkin) sembra in grado di influenzare la dinamica della sfida. Geograficamente, i repubblicani sono più forti nelle contee occidentali (al confine con Nebraska e South Dakota) e meridionali (Missouri), mentre i democratici partono avvantaggiati soprattutto nelle contee orientali (al confine con Illinois e Wisconsin) vicine al corso del fiume Mississippi. L'Iowa è un piccolo, omogeneo, stato rurale del Midwest, composto in larga parte da piccole città e zone agricole. Sembrerebbe, a prima vista, un perfetto esempio di American Heartland, se non fosse per l'invecchiamento della popolazione e la quasi assoluta mancanza di "diversità" etnica, che ne rendono ancora più bizzarro il ruolo importantissimo che i suoi caucus ormai rivestono nel meccanismo di selezione dei candidati alle presidenziali.
Proprio questo ruolo (cresciuto a dismisura, negli ultimi anni, con il crescere della "mediatizzazione" del processo elettorale), rende l'Iowa particolarmente "imprevedibile" nei suoi comportamenti (chi si aspettava la sconfitta di Jim Leach nel 2° distretto della Camera alle ultime elezioni di mid-term?). Per la sfida di novembre, tutto finora lascia pensare che i 7 electoral votes dell'Hawkeye State possano cambiare proprietario, passando dal GOP ai Dems. Per ora, dunque, ci limitiamo ad un poco appassionante DEM Leaning, pronti a cambiare idea - in un senso o nell'altro - in corso d'opera.
Capitale: Indianapolis (781.870) Governatore: Mitch Daniels, Jr. (R) Senato: Richard Lugar (R); Evan Bayh (D) Camera: DEM 5 GOP 4. Peter Visclosky (D); Joe Donnelly (D); Mark Souder (R); Stephen Buyer (R); Dan Burton (R); Mike Pence (R); Andre Carson (D); Brad Ellsworth (D); Baron Hill (D)
L'Indiana è il 12° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 18,2% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al Partito Repubblicano. Anche se nell'ultimo secolo la metà dei governatori dell'Indiana è stata democratica, a livello di elezioni presidenziali lo stato può essere considerato una roccaforte repubblicana. Dal 1900 ad oggi, gli unici candidati democratici ad aver vinto nell'Hoosier State sono stati Wilson (1912), F.D. Roosevelt (1932 e 1936; ma FDR è stato sconfitto sia nel 1940 che nel 1944) e Johnson (1964). In tutte le altre elezioni è stato il candidato del GOP a prevalere, con percentuali - a volte - molto significative: Hoover nel 1928 (59%); Eisenhower nel 1952 e nel 1956 (58% e 59%); Nixon nel 1972 (66%); Reagan nel 1984 (61%); Bush Sr. nel 1988 (59%); Bush Jr. nel 2004 (60%).
Avremmo potuto tranquillamente considerare l'Indiana uno stato GOP Solid (e non è escluso che, più avanti, possa essere così), se non fosse che nelle elezioni di mid-term del 2006 la crescita del Partito Democratico è stata particolarmente significativa. Basti pensare che alla Camera i repubblicani sono passati da un 7-2 a un 4-5. E anche nel 2008 le cose non sembrano particolarmente agevoli per il GOP. Gli ultimi sondaggi sono piuttosto contradditori: Survey USA e Downs Center registrano addirittura un lievissimo vantaggio per Obama (+1%), mentre Research 2000 e Indiana Insight (che stranamente non compare nella media di Real Clear Politics) vedono davanti McCain, rispettivamente di 8 e 9 punti percentuali. Potrebbe essere più scomoda del previsto anche la rielezione del governatore repubblicano Daniels che finora, nei sondaggi, non è riuscito a staccare il rivale democratico Long-Thompson più di 4-5 punti.
Storicamente, i repubblicani sono sempre stati più forti nella zona centrale e orientale dello stato, oltre che nei sobborghi delle città più popolose. I democratici, invece, vanno meglio nelle aree urbane (Indianapolis, soprattutto) e al confine nord-occidentale con l'Illinois (a poche miglia da Chicago). E' interessante notare, però, come i candidati democratici che riescono a vincere in Indiana siano mediamente più "conservatori" che nel resto del Paese. Non siamo ai livelli dei Dixiecrats del Sud - soprattutto perché la composizione demografica è nettamente diversa - ma si tratta di un indicatore importante dello "spostamento a destra" dell'Hoosier State rispetto agli standard del Midwest.
Abbiamo esitato a lungo prima di assegnare all'Indiana lo status (temporaneo) di GOP Leaning. Sondaggi a parte, ci sembra davvero improbabile che Obama riesca a recuperare il distacco di oltre 500mila voti (su 2 milioni e mezzo totali) accumulato da Kerry nei confronti di Bush nel 2004, portandosi a casa gli 11 electoral votes in palio. La forte componente white collar dello stato, poi, dovrebbe in teoria favorire McCain anche tra gli Indipendenti. Per perdere in Indiana, insomma, il GOP dovrebbe collassare - a livello nazionale - verso percentuali simili a quelle del 1964. E' possibile, naturalmente, ma a nostro avviso estremamente improbabile. Per quieto vivere, però, ci limitiamo per ora a formalizzare quel margine di dubbio statistico che molti istituti di ricerca hanno registrato nelle scorse settimane. In attesa che, con l'avvicinarsi di novembre, l'Indiana restituisca al GOP certezze più solide.
Sat, 28 Jun 2008 14:22:38 -0500
Boom!
Secondo Newsweek, Obama è cresciuto di 4 punti percentuali in un mese (da 46 a 51), mentre McCain è crollato di 10 (da 46 a 36). Se ci credete, accomodatevi. Per i tracking quotidiani di Gallup e Rasmussen, invece, il vantaggio di Obama è rispettivamente di 2 e 4 punti.
Sat, 21 Jun 2008 03:27:57 -0500
Capitale: Springfield (116,482) Città più grande: Chicago (2.896.016) Governatore: Rod Blagojevich (D) Senato: Richard Durbin (D); Barack Obama (D) Camera: DEM 11 GOP 8. Bobby Rush (D); Jesse Jackson Jr. (D); Daniel Lipinski (D); Luis Gutierrez (D); Rahm Emanuel (D); Peter Roskam (R); Danny Davis (D); Melissa Bean (D); Jan Schakowsky (D); Mark Steven Kirk (R); Jerry Weller (R); Jerry Costello (D); Judy Biggert (R); Bill Foster (D); Tim Johnson (R); Donald Manzullo (R); Phil Hare (D); Ray Lahood (R); John Shimkus (R)
L'Illinois è il 7° stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 12,8% inferiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al Partito Democratico. Fino all'era Clinton, l'Illinois del dopoguerra era sempre stato un battleground state con una spiccata predilezione per i repubblicani, tanto che dal 1948 al 1988 gli unici democratici a conquistare lo stato alle presidenziali sono stati Kennedy nel 1960 (per soli 9.000, contestatissimi, voti) e Johnson nel 1964. Perfino il governatore dello stato, Adlai Stevenson, perse sia nel 1952 che nel 1956 contro Eisenhower. Dal 1992, però, l'Illinois si è comportato elettoralmente in modo sempre più simile alla sua città più popolosa - Chicago - che ormai da più di un secolo è una delle roccaforti più impenetrabili del Partito Democratico. Oggi l'Illinois è lo stato più "blu" di tutto il Midwest.
Dominata dai democratici già nella seconda metà del 19° secolo, la politica di Chicago ha sempre rappresentato una deviazione progressive rispetto al mood generale degli Stati Uniti (ma anche del resto dell'Illinois), con l'ultimo sindaco repubblicano eletto addirittura nel 1927. E nessun uomo politico ha rappresentato - anche nei suoi lati oscuri - il predominio democratico sulla città quanto il sindaco Richard J. Daley (autore, tra l'altro, del "furto" ai danni di Nixon che costò 27 electoral votes al GOP nel 1960), in carica dal 1955 al 1976 e padre dell'attuale sindaco Richard M. Daley.
Nel ciclo elettorale del 2008, con il senatore junior dello stato (Barack Obama) candidato alla presidenza, i 21 electoral votes dell'Illinois sono ormai proprietà esclusiva del Partito Democratico. Gli unici due sondaggi condotti quest'anno (a gennaio e febbraio) vedevano Obama in vantaggio di 21 e 29 punti. Sondaggi più recenti, con ogni probabilità, sarebbero ancora più sfavorevoli al GOP. Nella corsa per il Senato, anche il seggio di Richard Durbin (D) è al riparo da ogni sorpresa, mentre sono molto a rischio quelli dei repubblicani Jerry Weller (11° distretto) e Mark Steven Kirk (10°). L'unico deputato democratico a soffrire, ma neppure troppo, potrebbe essere Melissa Bean nell'8° distretto.
Geograficamente, come abbiamo già detto, il controllo democratico dello stato è dovuto soprattutto al dominio totale esercitato nella Cook County di Chicago, dove vota quasi un terzo degli elettori totali (nel 2004, Kerry a Cook County ha battuto Bush 70,2 a 29,1, con più di 800mila voti di vantaggio). Nel resto dell'Illinois - a parte qualche contea del nord-ovest al confine con l'Iowa (Rock Island, Whiteside) e nel sud-ovest al confine col Missouri (Madison, St. Clair) - il GOP è sempre davanti, con punte particolarmente significative al confine orientale con l'Indiana e, in genere, in tutte le zone rurali dello stato. Si tratta di contee, però, che non hanno un numero di elettori sufficiente a colmare il vantaggio accumulato dai democratici a Chicago e nelle aree metropolitane delle Quad Cities e di East St. Louis.
Se ci fosse una colonna "blu notte", probabilmente saremmo costretti a catalogare l'Illinois in questa categoria. I simpatizzanti democratici, però, dovranno accontentarsi di un verdetto DEM Solid particolarmente solido. Altri 21 electoral votes per Obama.
Capitale: Boise (211.473 - metro area 635.450) Governatore: C.L. "Butch" Otter (R) Senato: Larry Craig (R); Michael Crapo (R) Camera: Bill Sali (R); Michael Simpson (R)
L'Idaho è il 3° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 35,7% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al GOP. Nel dopoguerra, gli unici due democratici a conquistare il Gem State sono stati Truman nel 1948 (+2,7 contro Dewey) e Johnson nel 1964 (+1,9 contro Goldwater). In tutte le altre le elezioni il GOP ha stravinto, con vantaggi spesso imbarazzanti: Eisenhower '52 (+31,0); Eisenhower '56 (+22,4); Nixon '60 (+7,5); Nixon '68 (+26,1); Nixon '72 (+38,2); Ford '76 (+22,7); Reagan '80 (+31,3); Reagan '84 (+46,0); Bush '88 (+26,0); Bush '92 (+13,6); Dole '96 (+19,5); Bush '00 (+39,5); Bush '04 (+38,1).
Storicamente, dopo la Guerra Civile molti democratici del Sud si trasferirono nel Territorio dell'Idaho (non ancora riconosciuto come Stato): questo portò al controllo democratico di molte legislature locali, anche se i governatori eletti erano di solito repubblicani. Dal 1880 in poi, però, il GOP diede inizio a una lunga epoca di predominio che, con qualche interruzione (il Populist Party a cavallo tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, i democratici durante la Grande Depressione), prosegue ancora oggi.
Nell'unico sondaggio Obama-McCain condotto quest'anno (a febbraio da Survey USA), il candidato repubblicano aveva 13 punti di vantaggio su quello democratico (52-38), ma si tratta di numeri vecchi che non hanno troppa rilevanza. La realtà è che i 4 electoral votes dell'Idaho non sono in pericolo per il GOP. E questo spiega anche l'assoluta mancanza di interesse degli istituti di ricerca per lo stato. L'unico fattore di incertezza potrebbe essere la corsa per il seggio del Senato lasciato vacante da Larry Craig (sorpreso in un bagno pubblico in atteggiamenti, per così dire, inconsueti). Ma sembra proprio che il "successore designato" dai repubblicani (il vicegovernatore Jim Risch) non avrà problemi a battere lo sfidante democratico, l'ex congressman Larry LaRocco. Anche in caso di sorprese al Senato, però, non si tratta di qualcosa in grado di incidere significativamente sulla dinamica della sfida per le presidenziali.
Geograficamente, il dominio repubblicano degli ultimi anni è esteso a tutto il territorio dell'Idaho. Nel 2004, Bush Jr. ha vinto in 43 contee su 44, lasciando a Kerry soltanto Blaine County (sede della stazione sciistica di Sun Valley, dove il senatore del Massachussetts possiede uno splendido chalet). La forza del GOP tende a crescere esponenzialmente spostandosi verso i confini sudorientali dello stato con Utah e Wyoming, dove si trovano alcune contee (Cassia, Oneida, Franklin, Bear Lake) in cui i repubblicani viaggiano abbondantemente oltre l'80% dei voti. A Madison County, a poche miglia dal confine con Montana e Wyoming, nel 2004 Bush ha conquistato il 92% dei consensi (oltre 10mila voti) contro il 7,1% di Kerry (poco più di 800 voti). Si tratta di un caso limite, naturalmente, ma le contee dell'Idaho dove il GOP non riesce a sfondare il muro del 60% sono davvero pochissime.
In assenza di una categoria ancora più "rossa", l'Idaho vola, di diritto, nella colonna GOP Solid. Sono 4 electoral votes per il partito repubblicano che neppure un cataclisma potrebbe far scivolare verso i democratici.
Capitale: Honolulu (371.657) Governatore: Linda Lingle (R) Senato: Daniel Inouye (D); Daniel Akaka (D) Camera: Neil Abercrombie (D); Mazie Hirono (D)
Le Hawaii sono il 10° stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 11,2% inferiore alla media nazionale, ma il trend degli ultimi anni è favorevole al GOP, con il vantaggio di Kerry nei confronti di Bush (+8,8%) praticamente dimezzato rispetto a quello di Gore nel 2000 (+18,3%). Da quando partecipano alle presidenziali (dal 1960, visto che lo stato ha aderito all'Unione il 21 agosto 1959), gli unici repubblicani a vincere nelle Hawaii sono stati Reagan nel 1984 e Nixon nel 1972. Lo stesso Nixon, alle elezioni del 1960 contro Kennedy, perse lo stato per soli 115 voti (-0,06%).
L'unico sondaggio recente (per così dire) condotto quest'anno nelle Hawaii è stato quello di Survey USA a fine febbraio, che registrava un vantaggio di Obama nei confronti di McCain intorno ai 30 punti percentuali (61-31). E il fatto che il senatore junior dell'Illinois sia nato proprio a Honolulu (anche se poi è cresciuto a Los Angeles, New York e Chicago) mette senz'altro al riparo i democratici da qualsiasi tipo di sorpresa. Fino a pochi giorni dalle elezioni del 2004, i repubblicani - confortati da una serie di sondaggi positivi - avevano sperato di poter interrompere il dominio democratico sullo stato. E l'elezione a governatore di Linda Lingle nel 2002 contribuiva ad accrescere le aspettative del GOP di poter trasformare le Hawaii almeno in un purple state. Nel 2004, pur con una performance superiore al 2000, queste aspettative vennero deluse. Nel 2008, complici anche le due sfide per la Camera (con la rielezione scontata dei candidati democratici), la prospettiva di una vittoria dei repubblicani è semplicemente fantapolitica.
Geograficamente, l'arcipelago è diviso in quattro contee. Da Nord a Sud: Kawai, Honolulu, Maui e Hawaii (con la Honolulu County che, da sola, ha il doppio degli elettori delle altre tre contee messe insieme). I democratici sono abitualmente molto più forti degli avversari nelle tre contee minori, mentre soffrono un po' a Honolulu. In ogni caso, chi vince nello stato in genere vince in tutte e quattro le contee. Con due sole eccezioni dal 1960 ad oggi: Reagan nel 1980 (vittoria a Honolulu County ma sconfitta nello stato); Nixon nel 1960 (vittoria nelle tre contee minori ma sconfitta nello stato).
Nel ciclo elettorale 2008, le Hawaii appartengono di diritto alla colonna DEM Solid, in barba a qualsiasi considerazione sui trend politici o demografici. L'Aloha State è terra di Obama. C'è poco da discutere e ancora meno da analizzare. Altri 4 electoral votes al partito democratico.
Walter Veltroni, a sorpresa, non c'è. Eppure l'elenco di "leader politici esteri" che hanno fatto un endorsement a favore di Barack Obama, pubblicato da Wikipedia, è piuttosto corposo. C'è Ségolène Royal, candidata sconfitta all'Eliseo, ma anche l'ex primo ministro francese Laurent Fabius. E poi il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë; il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt; il (discusso) membro del parlamento britannico, George Galloway; il vice primo ministro (e ministro delle Finanze) olandese Wouter Bos; il leader del Liberal Party canadese, Michael Ignatieff. Di italiani, neppure l'ombra. Strano, perché è proprio nel nostro Paese che le agguerrite tribù dell'Obamismo hanno trovato il terreno più fertile per la propria espansione.
Veltronian-kennediani In cima alla lista, naturalmente, ci sono quelli che - sulla scia dell'ex sindaco di Roma (e candidato, sconfitto anche lui, alla presidenza del Consiglio) - vedono in Obama la reincarnazione di quella mistica kennediana che ha nutrito, per decenni, le anime di una gran parte delle sinistre "moderate" europee. Quelli, per intenderci, a cui non interessa troppo che il senatore dell'Illinois possa diventare il primo presidente "nero" degli Stati Uniti, ma che restano affascinati soprattutto dalla sua potenza retorica, dalla sua capacità di ammaliare le folle, dal fatto che è giovane, bello e gonfio di carisma. Sono gli stessi che hanno creduto ciecamente nella "favoletta" kennediana che ci è stata propinata per anni, secondo la quale John Fitzgerald Kennedy non aveva vinto le elezioni del 1960 soltanto grazie ai brogli del sindaco di Chicago, non aveva nessun rapporto con la mafia, non aveva rischiato di scatenare un conflitto nucleare con l'Urss durante la crisi missilistica cubana, non aveva aumentato il numero di soldati americani in Vietnam da 800 a 16.300. Per la tribù veltronian-kennediana, insomma, Obama - proprio come JFK - è una sorta di erede di Madre Teresa di Calcutta, solo un pizzico più sexy. Ai margini di questa tribù, in una capanna un po' isolata dal centro del villaggio, vive Furio Colombo. Anche lui considera Barack l'erede di un Kennedy, ma non John F. - per gli amici Jack - bensì Ted, l'esponente più imbarazzante di questa imbarazzante dinastia a stelle e strisce.
Black Panthers C'è poi una tribù - che abita soprattutto dalle parti di Liberazione, del Manifesto e di quella che fu la Sinistra arcobaleno - che vede in Obama l'erede spirituale di Angela Davis, la leader comunista delle Black Panthers che all'inizio degli Anni Settanta fu arrestata per l'omicidio del giudice Harold Haley (poi prosciolta per insufficienza di prove, malgrado fosse la proprietaria dell'arma del delitto) e oggi insegna "Storia della coscienza" all'Università della California e si batte per l'abolizione dei carceri. Obama, secondo questi nostalgici delle rivolte nei ghetti, darà voce all'Altra America, quella dei neri e dei diseredati, che il gigantesco complotto del "complesso militare e capitalistico" (probabilmente manovrato dalla finanza giudea) ha sempre schiacchiato senza pietà. Quell'America, insomma, che potrebbe finalmente ripresentarsi all'appuntamento con la Storia. Per essere, con ogni probabilità, travolta dall'elettorato come è sempre accaduto in passato. I rapporti tra la moglie di Barack, Michelle, con personaggi del calibro di Farrakhan, "ministro supremo" della Nation of Islam, regalano alla tribù delle Pantere Nere qualche prova a sostegno della loro distorta utopia.
MLK Nostalgia Una versione "light" delle Pantere Nere, è rappresentata da chi vede in Obama una parafrasi moderna del "sogno" di Martin Luther King. Condita da quella massiccia dose di pacifismo che tanto va di moda tra gli anti-americani che si professano filo-americani. Le scivolate (vere o presunte) di Obama verso l'appeasement nei confronti delle dittature nemiche degli Usa, la sua opposizione nei confronti della guerra in Iraq, la sua "visione" di riconciliazione nazionale, la sua promessa di cambiare drasticamente l'approccio unilateralista (vero o presunto) seguito dall'amministrazione Bush: sono questi i sogni che, con Obama insediato alla Casa Bianca, potrebbero presto trasformarsi in incubi.
Obamisti generici L'ultima tribù degli Obamisti italiani (ed europei) è quella, più generica, degli anti-repubblicani ad ogni costo. Per loro fa poca differenza se a sfidare John McCain - o qualsiasi altro candidato del Grand Old Party - sia Obama, Hillary, Edwards o Paperinik. L'importante è mettere un freno alla minaccia (guerrafondaia, bigotta e un po' fascista) rappresentata dai repubblicani. In nome della superiorità morale dell'America democratica. Questi reduci della sconfitta di Kerry nel 2004 continuano la loro battaglia di retroguardia anche nel 2008. Secondo i sondaggi, in Europa sono la maggioranza schiacciante della popolazione. A decidere il prossimo inquilino della Casa Bianca, però, per fortuna saranno gli americani.
Fri, 06 Jun 2008 15:29:01 -0500
Capitale: Atlanta (486.411 - metro area 5.138.223) Governatore: Sonny Perdue (R) Senato: Saxby Chambliss (R); Johnny Isakson (R) Camera: GOP 7 DEM 6 - Jack Kingston (R); Sanford Bishop (D); Lynn Westmoreland (R); Hank Johnson (D); John Lewis (D); Thomas Price (R); John Linder (R); Jim Marshall (D); Nathan Deal (R); Paul Broun, Jr. (R); Phil Gingrey (R); John Barrow (D); David Scott (D).
La Georgia è il 17° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 14,1% superiore alla media nazionale e il trend degli ultimi anni è favorevole al GOP. L'ultimo democratico a vincere nel Peach State è stato Bill Clinton nel 1992 contro Bush Sr, per poche migliaia di voti (43,4 contro 42,8), anche se Clinton fu sconfitto da Bob Dole nel 1996 (47,0 contro 45,8). Fino alle elezioni del 1964, la Georgia è stata una delle roccaforti più impenetrabili del partito democratico. Alle presidenziali, il candidato democratico ha vinto 24 elezioni consecutive dal 1868 al 1960. E un governatore democratico è sempre stato eletto negli anni tra il 1872 e il 2002. Si tratta del record di dominio incontrastato di un singolo partito nella storia di tutti gli stati dell'Unione.
Questo dominio, centrato su candidati democratici molto conservatori (i cosiddetti dixiecrats) - almeno secondo gli standard nazionali - ha monopolizzato la vita politica della Georgia dalla Reconstruction agli Anni Sessanta. Fino alla rivoluzione di Goldwater alle presidenziali (Jimmy Carter escluso). E fino alla vittoria di Sonny Perdue alle elezioni per il governatore. Qualche esempio, in ordine sparso, nel XX secolo, per capire la portata di questo fenomeno storico: Kennedy-Nixon (62-37); Stevenson-Eisenhower (66-32); Truman-Dewey (60-18); Roosevelt-Landon (87-12); Roosevelt-Hoover (91-7). Perfino Alfred Smith, nel 1928, riuscì a battere Herbert Hoover (56-43), malgrado la vittoria landslide dei repubblicani a livello nazionale.
Quella degli ultimi decenni, invece, è la storia di uno stato sempre più "rosso". E dai sondaggi condotti negli ultimi mesi non emerge alcun segnale che potrebbe mettere in pericolo i 15 electoral votes conquistati dal GOP nel 2004. Strategic Vision, Survey USA e Rasmussen Reports registrano un vantaggio di McCain nei confronti di Obama intorno ai 13-14 punti percentuali. Lo stesso ordine di grandezza con cui Bush Jr. ha sconfitto Kerry. E nessuna delle sfide per la Camera o il Senato in programma sembra in grado di alterare significativamente la dinamica della sfida. Con Hillary, peraltro, le cose non sarebbero cambiate più di tanto.
Nell'era post-Goldwater (a parte qualche eccezione), il dominio democratico si è ridotto - sotto il profilo geografico - a qualche enclave sparsa sul territorio. La zona intorno alla capitale Atlanta (Fulton, DeKalb e Clayton), prima di tutto, poi un grumo di contee rurali al confine sud-occidentale con Alabama e Florida, l'area urbana di Augusta al confine orientale con la South Carolina, la città di Savannah. Il GOP, invece, ormai prevale in tutto il resto dello stato che fu il cuore pulsante della Confederazione, con punte al Nord (Forsyth County), al Centro (Paulding County) e al Sud (Colquitt County) che sfiorano - e a volte superano - l'80%. Un ruolo importante nelle dinamiche politiche interne allo stato, naturalmente, è stato giocato dalla Great Migration della popolazione afro-americana che è passata dal 50% al 28% del totale.
A meno di cataclismi politici ad oggi imprevedibili, la Georgia è GOP Solid ed è destinata a restarlo anche nei prossimi mesi. La candidatura di Obama porterà probabilmente ad un turn-out afro-americano molto più elevato del solito, ma servirebbe un miracolo per sovvertire i rapporti di forze. Con un candidato più conservatore (o presunto tale, come Mike Huckabee), il GOP avrebbe perfino potuto puntare a un vantaggio superiore a quello del 2004. Con McCain, in ogni caso, questo margine è destinato a restare in doppia cifra.
Comunque vada (e comunque siano andate le primarie in programma ieri notte, ora italiana, in Montana e South Dakota), è oggi il giorno decisivo per la nomination democratica alla Casa Bianca. Proprio oggi, infatti, Barack Obama potrebbe tentare il colpo di reni definitivo verso quota 2.118 delegati, il "numero magico" che gli consentirebbe di affrontare senza rischi la convention di agosto a Denver (Colorado). Con il compromesso raggiunto dai notabili democratici sulla sorte dei delegati di Florida (dimezzati) e Michigan (neutralizzati), qualsiasi risultato esca dalle urne di Montana e South Dakota non è in grado di incidere più di tanto sull'esito della sfida. I delegati in palio nei due stati sono appena 31 e l'ipotesi più probabile è che, dopo il voto, vengano ripartiti quasi equamente tra i due candidati. Il nodo della questione, dunque, sono ancora una volta i "superdelegati" che non vengono eletti dal voto popolare - o dai caucus - ma sono espressione diretta del partito.
Barack Obama sta lavorando disperatamente per raggiungere quota 2.118 nelle ore immediatamente successive alla chiusura delle urne in Montana e South Dakota. O almeno entro la fine di questa settimana. Nel conteggio di Real Clear Politics (uno dei più affidabili), attualmente al senatore junior dell'Illinois mancano 42 delegati. Anche considerandone 17-18 conquistati con le ultime elezioni primarie in programma (nella migliore delle ipotesi), ne mancherebbero circa 25 per chiudere definitivamente la partita. Perché, come scrive Tom Bevan proprio su Rcp, «una volta fatto uscire il genio fuori dalla bottiglia, per Hillary sarebbe praticamente impossibile ricacciarlo dentro». Al ritmo di 2-3 endorsement di "superdelegati" al giorno (ieri è stato il turno di Maria Chappelle-Nadal del Missouri e di Joyce Lalonde del Michigan), Obama rischia però di sprecare tempo prezioso. Mentre adesso, oggettivamente, si è creata una "window of opportunity" che sarebbe importante non lasciarsi scappare.
Lo sa benissimo Obama, che sta muovendo mari e monti per assicurarsi, nel giro di 24-48 ore, il numero di deputati, senatori, governatori e burocrati che ancora gli mancano. E lo sa benissimo la Clinton Attack Machine che, seppure acciaccata, non sembra intenzionata a rinunciare di sparare le sue ultime cartucce. Ieri, per esempio, il mondo dei blog vicini al partito democratico è stato scosso da due voci incontrollate e contrastanti. La prima, proveniente dall'Obama Camp, parlava di una e-mail fatta circolare negli ambienti vicini a Hillary secondo la quale l'ex First Lady era sul punto di mollare la presa, convocando un discorso di "commiato" a New York. La seconda, diffusa da un prestigioso blogger pro-Hillary, fantasticava dell'esistenza di un video in cui la moglie di Obama, Michelle, si lasciava andare a sproloqui razzisti contro i "bianchi". Alla fine della giornata, entrambe le voci erano state ridimensionate. Hillary terrà effettivamente un discorso a New York, ma non c'è nessuna prova certa che in quella sede venga annunciato il suo ritiro dalla contesa. E del fantomatico video di Michelle Obama ancora non c'è traccia, tanto che la tesi della "bufala" è ormai la più accreditata.
Tanto rumore per nulla, insomma, come è accaduto molto di frequente in questa lunga ed estenuante rincorsa alla nomination democratica. Ma soprattutto la dimostrazione che, tra i due sfidanti, il clima è ancora tesissimo, malgrado gli inviti sempre più frequenti alla necessità di formare un "dream ticket" in grado di neutralizzare John McCain a novembre e assicurare una vittoria landslide ai democratici. Secondo la Cnn, che cita una «fonte anonima molto vicina a Hillary», la senatrice di New York nel suo discorso di ieri notte avrebbe dichiarato di «essere pronta a fare tutto il necessario a lavorare per la vittoria dei Democratici».
Una presa di posizione, seppure indiretta, che alcuni hanno interpretato come un'apertura nei confronti dell'avversario, al prezzo - piuttosto salato, per la verità - della vicepresidenza. Dal canto suo, negli ultimi comizi Obama ha espresso ripetutamente parole di apprezzamento per Hillary, sottolineandone le capacità di combattente ed esprimendo ammirazione e rispetto. Oggi, con ogni probabilità, scopriremo se si tratta soltanto di schermaglie tattiche ad uso e consumo dei media o se i due, effettivamente, sono vicini a raggiungere un accordo che sarebbe forse in grado di alterare la dinamica elettorale. In caso contrario - e a nostro giudizio si tratta ancora del caso più probabile - la strada democratica verso la Casa Bianca potrebbe essere più in salita di quanto molti prevedevano appena qualche mese fa.
In un contesto politico totalmente sfavorevole al Grand Old Party, che rischia di perdere parecchi seggi sia alla Camera che al Senato, infatti, la candidatura di McCain (e il prolungato scontro fratricida in campo democratico) rende "non impossibile" la terza presidenza repubblicana consecutiva. Analizzando le medie dei sondaggi nazionali, il vantaggio di Obama nei confronti del senatore dell'Arizona è inferiore al margine d'errore statistico, con i tracking quotidiani di Gallup e Rasmussen Reports che oscillano, ormai da qualche giorno, tra un leggero vantaggio di McCain e la perfetta parità.
La situazione è ancora più complicata nel calcolo degli electoral votes, stato per stato, con Obama forse in grado di strappare ai repubblicani (rispetto al 2004) Colorado e New Mexico, ma in grave sofferenza in alcuni stati industriali del Nord, come Michigan e Wisconsin. Senza contare che il senatore dell'Illinois è molto più debole di Hillary nello stato-chiave della Florida. La mappa provvisoria del collegio elettorale di Real Clear Politics, ad oggi, assegna a Obama 228 voti (di cui soltanto 60 "solid") e a McCain 198 (di cui 96 "solid"). Gli altri 120 electoral votes sono ancora nella colonna "toss-up".
Si tratta degli undici stati (Nevada, Colorado, New Mexico, Missouri, Wisconsin, Michigan, Indiana, Ohio, Virginia, New Hampshire e North Carolina) in cui Obama e McCain si giocheranno le loro chance di vittoria. A dare retta esclusivamente ai sondaggi delle ultime settimane, necessariamente poco significativi a cinque mesi dal voto, Obama riuscirebbe a superare - a stento - la quota di 270 necessaria per vincere le elezioni. Ma McCain lo incalza a brevissima distanza. E basterebbe una vittoria in Ohio, tanto per fare un esempio, per regalare ai repubblicani la Casa Bianca. In un anno in cui neppure il più fedele dei sostenitori del Gop avrebbe scommesso un dollaro sul proprio partito.
UPDATE. Prima questo, poi questo. Sarà tutto vero, per carità, ma il giorno che inizierò a credere ai lanci di Associated Press sulla politica americana siete autorizzati a spararmi un colpo alla nuca. UPDATE/2.Appunto.
Tue, 03 Jun 2008 18:14:55 -0500
Capitale: Tallahassee (159.012) Città più grande: Jacksonville (794.555 ) Area metropolitana più grande: Miami (5.463.857) Governatore: Charlie Crist (R) Senato: Bill Nelson (D); Mel Martinez (R) Camera: GOP 16 DEM 9 - Jeff Miller (R); Allen Boyd (D); Corrine Brown (D); Ander Crenshaw (R); Virginia Brown-Waite (R); Cliff Stearns (R); John Mica (R); Richard Keller (R); Gus Bilirakis (R); Bill Young (R); Kathy Castor (D); Adam Putnam (R); Vern Buchanan (R); Connie Mack, IV (R); David Weldon (R); Tim Mahoney (D); Kendrick Meek (D); Ileana Ros-Lehtinen (R); Robert Wexler (D); Debbie Schultz (D); Lincoln Diaz-Balart (R); Ron Klein (D); Alcee Hastings (D); Tom Feeney (R); Mario Diaz-Balart (R).
La Florida è il 26° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 2,5% superiore alla media nazionale e il trend degli ultimi anni è stabile, con una leggera prevalenza a favore del GOP. L'ultimo democratico a vincere nel Sunshine State è stato Bill Clinton nel 1996 contro Bob Dole, dopo che lo stesso Clinton aveva perso con Bush Sr. nel 1992. Dal 1960 ad oggi, a parte Clinton, soltanto Lyndon Johnson (+2,3 conto Barry Goldwater nel 1964) e Jimmy Carter (+5,3 contro Gerald Ford nel 1976) hanno portato a casa dei democratici gli electoral votes della Florida (che sono cresciuti dai 10 degli anni Sessanta ai 27 di oggi).
Dopo lo psicodramma collettivo delle elezioni del 2000, in cui - per poche centinaia di voti - Bush Jr. è riuscito a vincere in Florida annullando il vantaggio di Al Gore nel voto popolare e conquistando i grandi elettori necessari per arrivare alla Casa Bianca, il Sunshine State è diventato sempre meno purple e sempre più red. Visto anche l'esito delle primarie democratiche, in cui Obama si batte (a torto o a ragione) per non consentire la presenza della delegazione locale alla convention di Denver, la sensazione è che questo trend possa consolidarsi nel 2008. Mentre negli ultimi sondaggi condotti nello stato Hillary Clinton è regolarmente in vantaggio nei confronti di John McCain (+6 per Rasmussen; +7 per Quinnipiac University; +9 per Survey USA), con la sempre più probabile candidatura di Obama lo scenario cambia radicalmente. Nella media di Real Clear Politics, il senatore dell'Arizona è davanti dell'8,3% (+4 per Quinnipiac; +10 per Rasmussen; +11 per Public Policy Polling). Quanto basta per far scivolare la Florida dalla colonna dei toss-up, in cui quasi tutti gli analisti continuano ad inserirla, verso lidi più rossi. Il problema, semmai, è quantificare questa "redness".
Un'analisi delle passate e future tornate elettorali (non presidenziali) può venirci in aiuto. Nel 2002 e nel 2006, i repubblicani Jeb Bush e Charlie Crist hanno facilmente conquistato la poltrona di governatore. Solo la sconfitta di Katherine Harris (chi se la ricorda nei giorni del recount?) contro il senatore Bill Nelson ha impedito al GOP di vincere tutte le elezioni che hanno coinvolto l'intero stato della Florida negli ultimi 6 anni. Nel 2008, l'unica sfida "statale" sarà quella per la Casa Bianca, mentre sei congressmen cercheranno la loro prima rielezione alla Camera. Due di loro, Tim Mahoney (16° distretto) e Ron Klein (22° distretto), entrambi democratici, tenteranno di riconfermarsi in seggi strappati al partito repubblicano nell'ultimo ciclo elettorale. E almeno Mahoney (nel distretto che fu di Mark Foley) sembra estremamente vulnerabile contro Joe Negron. Tutto sommato, si tratta di un contesto non sfavorevole al GOP, soprattutto se comparato al clima politico nazionale.
Geograficamente, i Democratici sono più forti nelle zone con alte percentuali di minoranze (cubani esclusi) e nelle aree urbane che hanno conosciuto una grande immigrazione di white liberals dagli stati del Nord-Est. La South Florida Metropolitan Area intorno a Miami, con le contee di Miami-Dade e - soprattutto - Broward e Palm Beach sono un buon esempio di questa tendenza, visto che riuniscono entrambe le categorie demografiche a cui abbiamo accennato. A parte qualche altra contea isolata (le più popolose sono Alachua e Leon, al Nord), i Repubblicani dominano in quasi tutto il resto dello stato, in particolar modo nelle aree suburbane e rurali, con percentuali imbarazzanti nella panhandle occidentale al confine con Alabama e Georgia (Okaloosa, Santa Rosa ed Escambia sono le contee più popolose), dove il GOP oscilla tra il 65 e il 75 per cento. I due partiti, invece, sono storicamente quasi alla pari nel corridoio centrale che circonda la Interstate 4 (da Tampa a Daytona, passando per Orlando). Si tratta di una zona la cui popolazione sta crescendo a ritmi vertiginosi ormai da qualche decennio, tanto che ormai ospita quasi il 40 per cento degli elettori totali dello stato. Proprio in alcune di queste contee (Hillsborough, Polk, Seminole, Brevard), il partito repubblicano ha costruito le fondamenta dei suoi successi negli ultimi anni.
Siamo coscienti che inserire la Florida nella colonna GOP Solid, come abbiamo deciso di fare (almeno per il momento), farà storcere il naso a molti. Crediamo, però, che lo scontro tra gli esponenti democratici locali del partito democratico e Obama possa favorire sensibilmente la performance di McCain a novembre. Per ora, i sondaggi danno un supporto statistico piuttosto consistente a questa nostra previsione. Ma siamo pronti a cambiare idea, se nei prossimi mesi - chiuso lo scontro fratricida tra Hillary e Obama - il pendolo del Sunshine State iniziasse ad oscillare in modo diverso.
Late Sunshine
L'analisi della Florida sarà pronta domani sera. Scusate il ritardo. Intanto McCain è sopra di 3 punti su Obama sia nel tracking di Rasmussen Reports (Hillary sarebbe a +4) che in quello di Gallup (Hillary sarebbe a +3). UPDATE. McCain guadagna un punto nel tracking di Rasmussen: adesso è a +4 (Hillary sarebbe a +1). UPDATE/2. L'analisi sulla Florida slitterà ancora di qualche ora (black out in redazione). In compenso McCain è davanti di 4 punti in Michigan (l'unico problema è che il sondaggio è di Survey USA, di cui ci fidiamo davvero poco) e di 28 punti (!) in Alabama (e questa volta si tratta di Rasmussen, dunque ci possiamo quasi fidare).
Thu, 29 May 2008 08:56:37 -0500